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Dormire fa bene al cuore?

Il dottor Giorgio Faganello spiega come qualità e durata del sonno influenzino la salute cardiovascolare

Numerosi studi scientifici hanno dimostrato come i ritmi incalzanti della società moderna, associati alla diffusione dei dispositivi digitali, abbiano contribuito significativamente alla riduzione delle ore di sonno, causando un disallineamento tra ritmi biologici e sociali e minando sia la qualità che la durata del sonno. Il problema era già emerso negli anni ‘80, quando in Giappone, in corrispondenza del boom economico, la riduzione delle ore di riposo veniva identificata tra le potenziali cause di decesso tra i lavoratori. La maggior parte dei decessi per “karoshi”, ovvero “morti da superlavoro”, era tuttavia di origine cardiovascolare. 


 Nel soggetto sano, il ritmo sonno-veglia è, infatti, regolato dall’alternanza luce-buio, da meccanismi neuroendocrini e da fattori esterni quali routine sociali, orari lavorativi e pasti. Il profilo circadiano individuale può, tuttavia, scontrarsi con le abitudini e i ritmi dettati da attività scolastiche o lavorative concentrate prevalentemente nelle ore mattutine e nel primo pomeriggio. Questa discordanza è definita “social jet lag”, ovvero disallineamento tra tempo biologico e tempo sociale. I soggetti abituati a coricarsi tardi e costretti a svegliarsi la mattina presto spesso accumulano un deficit di sonno durante i giorni lavorativi, solo parzialmente compensato nei giorni liberi, e sono spesso inclini a un maggiore consumo di sostanze stimolanti come nicotina, caffeina e alcol. Gli studi dimostrano che questi individui sono più vulnerabili alle patologie metaboliche e cardiovascolari, con un’aumentata mortalità per tutte le cause. Negli ultimi anni, il legame tra disturbi del sonno e malattie cardiovascolari è stato più volte dimostrato. L’American Academy of Sleep Medicine e la Sleep Research Society raccomandano una durata del sonno compresa tra 7 e 9 ore per notte, considerando appropriate durate superiori alle 9 ore solo nei giovani adulti o durante il recupero da una precedente deprivazione di sonno. 


La deprivazione di sonno può essere classificata come acuta, quando si protrae per 1-2 giorni, oppure cronica, quando la durata del sonno è abitualmente inferiore al fabbisogno fisiologico dell’individuo. L’insufficienza cronica di sonno si distingue dall’insonnia: 

  • Insufficienza cronica di sonno: perdere ore di sonno volontariamente o per necessità contingenti, con una tendenza ad addormentarsi rapidamente alla prima occasione. 
  • Insonnia: presentare difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno nonostante la sensazione di stanchezza. 


L’insufficienza di sonno rappresenta un importante fattore di rischio per la salute cardiometabolica, in quanto favorisce lo sviluppo di insulino-resistenza, obesità viscerale, ipertensione arteriosa, diabete mellito di tipo 2 e aterosclerosi, contribuendo a un incremento globale del rischio cardiovascolare. Parallelamente al progressivo peggioramento della qualità media del sonno, sta crescendo l’interesse verso i possibili meccanismi compensatori, quali il recupero del sonno durante il fine settimana e il riposo diurno pomeridiano. 


Gli studi più recenti

Un recente studio americano ha dimostrato che, nei soggetti con una durata di sonno nei giorni feriali inferiore a 6 ore per notte, un recupero di sonno nel fine settimana pari ad almeno 2 ore si associa a una minore prevalenza di malattie cardiovascolari. Negli ultimi anni, le modalità di recupero delle ore di sonno, specialmente durante le ore diurne, hanno suscitato interesse nella comunità scientifica. Una metanalisi recente ha evidenziato che il cosiddetto “riposino”, ovvero un sonno di massimo 30 minuti al giorno, risultava associato a una riduzione del rischio cardiovascolare. Tale beneficio, però, tendeva ad annullarsi se il riposo veniva prolungato a 30-45 minuti mentre, nel caso in cui la pausa fosse superiore, si associava paradossalmente a un incremento del rischio cardiovascolare. Analogamente, gli eventi cardiovascolari sembrano essere associati anche a una durata media del sonno superiore a 8 ore, nei cosiddetti “long sleepers”. È verosimile che l’incremento del rischio associato a un elevato numero di ore di sonno sia conseguente a un’aumentata variabilità, oltre che a problemi di salute già presenti, come malattie croniche, depressione o disturbi del sonno. In conclusione, è innegabile che uno stile di vita “salutare” comprenda sia una buona qualità che una buona durata delle ore di sonno.

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